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Recensione de: I quattro re di Giancarlo Galletti

“Che persona fantastica era mia figlia e che donna meravigliosa sarebbe diventata”.

Una frase che tutti i genitori dicono spesso ad alta voce. Una frase che, a volte, come accade nel romanzo di Galletti, pare segnare il destino dei figli.

I quattro re, primo romanzo di un autore che fa delle parole una vera arte, si apre con i racconti di una padre già segnato dall’ineluttabile sorte della figlia, trasmettendo al lettore quel senso di perdita che il padre presagisce.

Le sue ansie per la salute di Anna, i momenti di panico per banali episodi come un ritardo dopo una festa, sono tutti scritti a posteriori come un presagio; il sentire che tutto ciò che si ha, lo si possiedo solo a data definita. Nulla è per sempre.

Le immagini descritte da Galletti diventano vivide. Le descrizioni sono tanto accurate da far divenire reale la casa piena di polvere e ragnatele che, il padre, ritrova dopo la lunga degenza in ospedale. Questa maestria nel descrivere la si ritrova anche nelle emozioni che i personaggi di questo romanzo provano. La sorpresa di essere padre, l’amore e la gioia che, questa figlia porta nella vita dell’uomo e, infine il dolore e la pazzia che seguono la perdita dell’adorata figlia: tutti questi sentimenti sono tangibili, narrati con sapienza e cura delle parole usate.

Il padre di Anna è deciso a farsi giustizia da solo dopo che, gli assassini di sua figlia, vengono scarcerati per buona condotta. E’ un uomo che vuole uccidere, ma non solo. Ciò che salta all’occhio è l’anima ancora pura di questo uomo; lo dimostra nell’incontro con gli zingari e, ancora di più, con la notte passata accanto ad un barbone morente. Non c’è pena il lui, ma comprensione. E’ un uomo che, nonostante la disgrazia, desidera che gli altri abbiano una possibilità: quella che a lui è stata tolta.

Il ritmo di questo romanzo è incalzante. Non amo molto leggere uno scritto dalla schermo di un computer, ma la storia mi ha tenuta incollata al monitor dalla prima alla duecentesima pagina; non ci sono punti in cui il lettore desidera appoggiare il romanzo per dedicarsi ad altro, ( Stephen King insegna!).

Tutto si sussegue vorticosamente trasportando il lettore proprio al centro dell’inferno.

L’autore descrive il suo romanzo come un mondo bianco, un paese e personaggi senza nome. Durante l’intervista a lui proposta gli ho domandato il motivo di questa strana scelta, solo ora, leggendolo, mi rendo conto di quanto sia stata azzeccata questa scelta. I luoghi diventano quotidiani ubicazioni di passaggio per noi lettori. Come non associare il vecchio cementificio il pozzo dove è stato trovato il corpo di Anna a un posto che, nel nostro immaginario, ci ha sempre suscitato una sensazione di angoscia?

Lo stesso impatto per i protagonisti di questa storia noir. Il volto al cattivo è un delinearsi di mostri che noi stessi ricreiamo.

Tempo fa ho letto una favola a mia figlia, Guarda che chiamo l’uomo nero di Pavanelli, in cui si esorcizza la nostra abitudine di spaventare con personaggi immaginari senza renderci conto che, proprio quegli esseri spaventosi, potrebbero diventare i nostri incubi.

Questo è ciò che accade anche al padre di Anna.

Molto affascinante anche il ruolo degli stranieri, la delicatezza e l’intelligenza con cui l’autore ci catapulta dentro al loro mondo. La sapienza, sempre di Galletti, di introdurre dialoghi in lingua straniera, di presentarci usi e costumi di diverse popolazioni, i loro problemi, la loro voglia di riscatto.

Malinconico l’incontro con la ragazza dell’est e la figlioletta, contrastante in maniera quasi terrificante con gli eventi descritti in seguito.

Non ci si aspetta un crescendo negli omicidi, le situazioni descritte diventano sempre più macabre e assolutamente senza filtri. Si pensa che, l’uccisione de Re di cuori, sia una delle più terrificanti e invece…

Invece, questo romanzo, è un susseguirsi di colpi di scena, anche nel finale.

Compiuta la vendetta ci si aspetta che, i colpi di scena siano terminati, ma non è così. Troviamo infatti, il padre di Anna, alle prese con un incubo ancora peggiore: l’attesa della morte.

Un attesa che, per il lettore, diventa la vera sorpresa di tutto il romanzo.

2 Risposte a “Recensione de: I quattro re di Giancarlo Galletti”

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